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Una storia di Natale

Annalisa guardava con soddisfazione le diverse scatole ammucchiate con ordine contro il muro. Le più grandi dietro, quelle di dimensioni medie nel mezzo, e tutto davanti un paio di oggetti imballati in un pezzo di plastica trasparente. I regali del Natale appena trascorso; molti di questi oggetti sarebbero in seguito finiti in solaio. Giocattoli in disuso! E non solo… avrebbero fatto bella mostra di sé alle ragnatele e pulviscolo che regnavano sovrani nel sottotetto. Chissà poi quanti anni avrebbero giaciuto in quell’antro dove solo il gatto, pareva divertirsi come un matto, senza necessitare la presenza dei topi.
Quattro ore di lavoro! Aveva sudato, malgrado facesse freddo: era pieno inverno e la neve si stava ammassando contro le finestre che davano verso nord. C’era un forte vento che faceva rabbrividire al solo pensiero di dover uscire di casa. I lugubri rami spogliati dal loro abito estivo, ora apparivano candidamente rivestiti della nuova veste donatagli dalla neve e dal gelo. Follate e turbinii d’un bianco splendente, avevano catturato lo sguardo della donna che, con mano leggera, aveva scostato la tenda per osservare il paesaggio innevato.
- Tesoro? Dove sei? - La voce proveniva dal piano superiore, appariva assonnata.
- Qui sotto, santi numi! Dove vuoi che sia? Ti ho detto che avrei fatto le “pulizie natalizie”… potevo anche abbisognare del tuo aiuto. Tante grazie. Mi sono arrangiata. Ma tu piuttosto, hai dormito bene? -
Annalisa appariva stizzita, anzi, adirata. La voce denotava un certo fastidio, e come sempre in questi casi, il suo tono di voce sarcastico non lasciava dubbi a proposito. Ci sarebbe stato qualche battibecco, uno dei soliti, quando si tira in ballo il resto della famiglia e quella stupida usanza della “gara ai regali più grossi ed appariscenti”. Lasciò cadere il lembo della tenda che ancora saldamente tratteneva nella mano destra, poi si soffiò il naso, ricacciando la tentazione di lasciarsi cogliere dalla voglia di piangere.
Fortunatamente i pargoli erano andati in montagna, coi nonni, per passare le ultime giornate di vacanze natalizie. Ancora tre giorni! Pensò sospirando Annalisa, tre giorni per riuscire a rimettere tutto in sesto. Le maledette decorazioni natalizie, l’albero da portare fuori, le stanze da riordinare, la lavanderia da fare, e… e… cavoli ogni anno era la stessa storia. Si ripeteva esattamente con la stessa periodicità, anno dopo anno, ogni trecensosessantacinque giorni. Puntualissima ed altrettanto sgradevole.
Da circa cinque o sei anni, la tiritera era diventata insopportabile. Già durante l’autunno, quella sensazione angosciosa le attanagliava lo stomaco. Aveva più volte cercato di discuterne con il marito, ma Gioele minimizzava il tutto, anzi, si divertiva a schernirla con una certa punta di malignità. Annalisa aveva anche minacciato di partire in vacanza su qualche isola del Pacifico, coi figli, pur di trovare pace nel caldo estivo dei tropici. Tutto, qualsiasi posto, basta lontano dalla famiglia e dalle tradizioni legate al Natale. Natale? Ma cosa poi c’entrava più la festa cristiana? Era diventato tutto solo un giro d’affari e speculazioni sul chi portava il giocattolo più bello, più grosso, più moderno, più rumoroso, più… e questo certamente era condiviso da milioni di altre persone angosciate da questa ricorrenza. Anche se i figli ormai erano adolescenti. Consumismo. E c’erano milioni di persone che morivano di fame e sete, milioni di senza tetto ed altri milioni che neppure avevano vestiti per coprirsi.
- Annalisa, posso fare qualcosa per te? Magari una tazza di camomilla? Bella forte, ci metto tre o quattro bustine. Abbiamo finito le pastiglie all’estratto d’iperico, te ne sei mangiata un’intera confezione in due giorni. Penso che conviene fissare un appuntamento col tuo medico, se non lo fai tu, ci penso io. -
Il silenzio ora regnava appesantito dal battere ritmico della pendola appesa quale vecchio cimelio, sulla parete della sala da pranzo. Gioele stava ridendo sotto i baffi, accarezzando con dolcezza il grosso gattone dagli occhi verdi che, come il padrone, adorava dormire quando fuori faceva freddo. “Adesso arriverà su di sopra in quattro balzi, quando si incavola, ti batte in velocità!” Sussurrò l’uomo all’orecchio del felino, mentre con la coda dell’occhio teneva sotto controllo le scale. Ma non si udì nessun rumore. Solo il tic-tac della pendola, poi una folata di vento fece cadere con un tonfo rumoroso della neve giù dal tetto.
Gioele stirò le braccia, poi le gambe, disturbando il gatto che reclamò miagolando quasi volesse rimproverarlo per non restare fermo. Quindi, indispettito, saltò sulla poltrona di fronte, si acciambellò di nuovo e nascose il muso sotto una zampa. Che bella vita, quella del gatto! Poi l’uomo finalmente decise di alzarsi ed andare a vedere che fine avesse fatto sua moglie. Si pentì d’averla beffeggiata, in fondo le voleva bene e si sentiva in torto marcio per aver tranquillamente dormito intanto che lei faceva ordine.
- Tesoro, dai, scusa per le battute non volevo andarci duro. Ma è tutto così ridicolo, questa mania del Natale. Possibile che non riesci a prendere tutto con più filosofia? Certamente sono una moltitudine di persone a condividere i tuoi pensieri, credimi. Sicuro non tutti si rovinano l’apparato digerente cercando di escogitare chissà quale stratagemma per sfuggire a questo consumismo. E’ il sistema che bisogna cambiare! Lo dico sempre: boicottiamo tutti i negozi, non acquistiamo nulla che abbia a che fare con il Natale e poi le cose cambieranno. Già, forse, … ma poi non sono neppure così tanto sicuro che cambieranno… Hei tesoro, sei lì sotto? Dai, non fare così, mi fai stare in pena, eh dai, rispooondi! Guarda che scendo io… Annalisa, dove ti sei ficcata? -
Gioele stava scendendo gradino dopo gradino, con estrema lentezza, quasi avesse paura di scivolare. Aveva raccolto dei ciuffi di pelo di gatto che si erano appallottolati nell’angolo del pianerottolo. Il legno appariva usurato, chissà perché non lo aveva notato prima, sarebbe stato necessario darci una passata di cera.
- Annalisa, hai ancora della cera per il legno? La scala appare in pessime condizioni, è da tanto che non ne metti? - Ora era arrivato in fondo, con un rapido gesto della mano aveva riordinato i riccioli che gli erano scivolati sulla fronte. Aveva quindi raccolto un orsacchiotto di peluche, sicuramente dimenticato dalla moglie. L’ultimo regalo dello zio Francesco per Serena, la bimba di otto anni. Quanti orsi aveva già Serena? Una bella collezione… riempiva almeno tre scaffali della libreria. Cercò dapprima nella cameretta della figlia, poi in quella dei gemelli, in seguito nell’ufficio. Poi aprì con cautela la porta di divisione che dava all’ala riservata ai genitori. Nessuno. Neppure nello studio della moglie. Si trovò da solo davanti con il muro di scatole ben ordinate. Una strana sensazione lo colse, all’improvviso ed il fastidio che provò lo fece stizzire.
- Ma dove diavolo ti sei nascosta? Annalisa! Non mi piacciono questi giochini da ragazzi. Guarda che se mi metto a cercarti e poi ti trovo… -
Le minacce dell’uomo echeggiarono spavalde all’interno del piccolo locale, accentuate dal presentimento che qualcosa non era in ordine. Ritornò sui suoi passi, entrò nella stanza di Rebecca e guardò dietro la porta; poi sotto il letto. “Scemo. Ma guarda un po’ se qui sotto ci passa… ormai neppure Rebecca riesce a nascondersi sotto il suo letto.” Scotendo con vigore la testa, Gioele rise della sua ingenuità. Da quanto tempo non aveva più giocato a nascondino? Coi figli? Erano sicuramente passati parecchia anni… e con Annalisa? Accipicchia, ma aveva mai giocato a nascondino con sua moglie? E chi se lo ricordava. Erano sposati da ormai quasi diciassette anni… Forse, forse gli pareva che agli inizi, quando si erano appena conosciuti. Ma poi, ora che importava? La stava cercando con urgenza, non aveva voglia di trastullarsi e giocare con lei a nascondino.
- Guarda che ti trovo! Acqua acqua… fuoco fuocherello… amore adesso ti becco e poi per premio mi dai un grosso bacio! Annalisa… arrivo! -
Gioele entrò nella camera dei gemelli Amedeo e Serena. Un vero disastro. Dovette scostare col piede destro un paio di giochi, per poi finire comunque con quello sinistro sopra alcune biglie di vetro.
- Accidenti a lui! Ahia, porca miseria. Possibile che non ha imparato a rimettere le sue cianfrusaglie nelle ceste? Queste sono di Amedeo… dovremmo trovare una sistemazione più dignitosa per la bimba. Anche se non vogliono dormire separati, insomma hanno dodici anni e penso sia giunto il momento per dividerli. Cosa ne pensi, amore? Questa è una stalla, non è una camera! Per cosa le abbiamo comperate tutte quelle ceste di vimini? Se non per rimettere i giochi e le carabattole al loro posto, dentro l’armadio… Amore, anche qui, avresti potuto mettere un po’ d’ordine. Quando insegnerai ai tuoi figli che le ceste sono per riporvi i loro giochi? - Gioele si massaggiava il piede dolente, pensò alle ciabatte che erano rimaste di sopra, probabilmente sotto il divano. Già, proprio lì, servivano parecchio sotto il divano. Le ciabatte erano sempre al posto sbagliato, quando lui le necessitava.
- Annalisa. Sto per perdere la pazienza. Se non esci subito, poi la perdo sul serio, cerca di essere ragionevole. Non si tratta così il proprio marito, non sono il tuo cagnolino. -
Ma che centrava poi il cane? Gioele si rese conto della scemenza che aveva appena apostrofato, loro non avevano mai avuto un cane. Sua moglie non amava i cani, nutriva un certo risentimento poiché affermava che puzzavano e lasciavano i loro “ricordini” in giro… che poi bisognava raccogliere e riporre nel robidog. Gioele iniziò a sentire la pressione sanguinea salire, il battito cardiaco era accelerato e la sensazione di disagio aumentava man mano che i suoi passi perlustravano il resto del piano, senza però riuscire a vedere la benché minima traccia di sua moglie.
Dopo aver verificato per la terza volta il grande guardaroba addossato contro la parete ovest della loro camera da letto, si sedette, in preda all’angoscia, sulla poltroncina ricoperta da un tessuto ormai smunto dal tempo. A suo avviso, lo scherzo era durato fin troppo. Ci si stava burlando di lui, non era tollerabile. Lui, l’uomo della casa, il pilastro al quale tutti dovevano fare affidamento, beffeggiato dalla propria moglie. Che insolenza!
Ma la strana sensazione di poc’anzi, lo assalì nuovamente. I suoi pensieri iniziarono a smorzarsi della rabbia che pervadeva nel suo cuore; in fondo lui non era stato gentile con Annalisa, durante questi ultimi tempi. O forse, meglio andare con sincerità ed essere onesto fino in fondo. Era da anni che si era, come dire, lasciato andare. I figli avevano acquistato la loro autonomia e lui, si era sentito un tantino inutile.
Con Rebecca non vi erano stati problemi di sorta, ora in piena pubertà la giovane era rimasta di carattere mite e molto affezionata ai genitori. Ma in fondo neppure con i gemelli, le cose andavano male. E allora? Perché si stava crucciando, quasi lagnandosi e piangendosi addosso? Ma dov’era il problema? Annalisa? Certo che no! La donna era sempre casa-e-famiglia, era la regina del loro focolare, sempre pronta a donare una parola di conforto, un consiglio, una carezza.
- Annalisa! - La voce di Gioele era velata dalle lagrime. - Ti supplico Annalisa, voglio parlarti, esci dal tuo nascondiglio. - Ma nella casa, regnava il silenzio più assoluto, mentre il vento continuava il suo concerto tra le piante ricoperte di neve, soffiando anche dentro la cappa del camino emettendo un lugubre e triste ululato.
Lo sguardo di Gioele fu attratto dal lembo della tenda, incastrato tra il telaio e la portafinestra che dava sul giardino laterale. Chi aveva richiuso la finestra senza preoccuparsi di verificare che non vi restasse rinchiusa la tenda? - Annalisa! - Sussurrò il nome della moglie, mentre con un balzo raggiunse la finestra. Si potevano ancora distinguere le impronte dei piedi, che lentamente si ricoprivano di neve fresca. - Oh mio buon Gesù, ma dove diavolo è andata con questo tempo da lupi? -
Gioele stava col naso incollato al vetro, ed il vapore dell’alito a contatto con il freddo della superficie, gli annebbiò lo sguardo e la realtà esterna. Era come accecato: inebetito, farfugliò qualche parola di diniego poi cercò il suo giaccone e gli stivali. Si calò sulla testa un berretto di lana e girò più volte attorno al collo, la lunga sciarpa di lana, sferruzzata da sua moglie.
In un baleno, si ritrovò a seguire le tracce che solo potevano essere quelle di Annalisa, o almeno, così pensava lui. Già l’imbrunire aveva spento i contorni delle piante e cose, i lampioni della strada sottostante erano illuminati e la loro tenue luce dai contorni dorati, disegnava strane ombre sulla superficie bianca lasciata dalla neve. L’uomo aveva timore che presto non avrebbe più visto le orme, che si sarebbero potute confondere con l’oscurità e che la neve ancor prima di ciò, le avrebbe completamente ricoperte, celando la meta.
Il freddo era pungente e lo aveva riportato con violenza al presente. L’esame di coscienza, comunque, non lo aveva lasciato indifferente. Come una doccia fredda, lo aveva riscosso dal torpore nefasto dell’abitudine. Perché era così facile dare tutto per scontato? Nella vita di ogni giorno, quando l’abitudine sorge e domina pensiero e movimento, è facile cadere in questa trappola. Nessuno ne è risparmiato. Bisogna riuscire a coltivare la propria mente in maniera avveduta, cercare di evitare ad ogni prezzo di lasciarsi assuefare ed assopire a consuetudini di vizio. Vivere nel presente, assaporare ogni attimo come se fosse l’ultimo a nostra disposizione! Quante volte aveva sentito queste frasi! Rivide il viso radioso di Annalisa sorridergli. “Cretino!” Pareva trapelare da quella bocca ancora chiusa, da quegli occhi lucenti e bellissimi.
- Sei un vero cretino, Gioele! - L’uomo scandì le parole ridendo, mentre preso dall’emozione le lagrime sgorgavano brucianti dai suoi occhi.
Voleva urlare, ancora più forte del fragore delle sferzate del vento gelato; ora nel petto bruciava l’angoscioso dubbio. Forse Annalisa era partita, se n’era andata via, esasperata da quel suo comportamento irrispettoso e beffardo. Ma perché non era capace di stare zitto? Quella sua consuetudine di sempre dover trovare un capro espiatorio per ogni cosa che andava storta o che non era come lui avrebbe voluto fosse?
Arrivato in fondo alla stradina di quartiere, ormai le orme erano confuse con mille altre, indistinte, uguali e disuguali nella foggia e grandezza. - Annalisa, amore, non mi fare questo… non mi abbandonare! - Gioele, rassegnato, fece dietro front, ma titubante continuava a girare la testa, di tanto in tanto, sperando di scorgere la sagoma della moglie. Si ritrovò a pregare sottovoce, giurando e spergiurando che sarebbe cambiato che avrebbe cercato di migliorare sotto ogni aspetto. Pensò persino che il prossimo Natale avrebbe offerto lui a tutta la famiglia di partire per qualche isola lontana, al mare, al caldo. Già stava pensando alla destinazione da proporre alla moglie, quando si ritrovò di fronte alla finestra di casa dalla quale era uscito. Con imbarazzo notò che la stessa era stata richiusa, e che le luci erano accese solo al piano superiore. Strano, che le avesse lasciate accese lui prima di uscire? Ma come aveva potuto richiudersi la portafinestra?
Guardandosi attorno insospettito, Gioele ritornò sui suoi passi, girò attraversando l’orto per raggiungere la scala esterna che risaliva al piano entrata della casa. Si trovò dopo un paio di minuti davanti all’uscio, ficcò le mani in tasca per cercare le chiavi. Niente. Nella fretta, non aveva preso con sé il mazzo, in fondo non pensava dovesse servirgli, se usciva dalla portafinestra del piano terra. - E adesso, che cavolo faccio? - Gioele timidamente pigiò un paio di volte sul bottone del citofono. Attese. Con impazienza ed imbarazzo. Dopo un paio di minuti passati a saltellare su di un piede all’altro, senza che nulla accadesse, decise di riprovare. Nuovamente schiacciò il pulsante con maggiore insistenza, cercando di non venire meno alla promessa appena schioccata or ora durante l’ultima parte agonizzante della passeggiata nella neve.
- Si? Chi è? - La voce giunse alle sue orecchie come il suono delle campanelle della slitta di Babbo Natale, soave e melodiosa. Gioele diede un colpetto di tosse per schiarirsi la gola e rispose: - Babbo Natale, signora. Fa freddo, non mi lasci qui fuori ad aspettare troppo a lungo. Ho il suo regalo, quello che qualche giorno fa ho dimenticato di lasciare sotto l’abete addobbato. - Gioele si trattenne dal ridere, questa bravata poteva avere due esiti: l’uno positivo, l’altro estremamente negativo. Fremette. Poi cercò dentro di lui il bambino che aveva rinchiuso per bene nel cuore. Quando lo trovò, rannicchiato e desolato, gli disse: “Vieni, ora è necessario che mi dai un colpo di mano. E’ da troppo che te ne stai lì buono buono ed in silenzio.”
Quando Annalisa aprì la porta, un grande sorriso rischiarava il suo viso, non senza una nota di meraviglia si fece di lato per lasciar entrare il marito dal naso rosso e gelato. - Fatto una passeggiata per svegliarti meglio, oppure solo per evitare di aiutarmi a trasportare le scatole in solaio? -
Gioele sorrideva, strofinandosi le braccia e mani. - Niente di simile, amore. Ero convinto che te ne fossi andata e ti ho cercata nel quartiere… Avevo visto delle impronte fuori dalla portafinestra… ma non importa, è una lunga storia. Vieni, ora devo dirti molte cose che mi sono pentito di non averti detto prima. -
Si sedettero sui grossi cuscini davanti al caminetto, il vento aveva smesso di ululare e la neve continuava ad impilarsi contro le finestre che davano verso nord. Gioele prese tra le sue mani quelle di Annalisa e disse: - Ti amo. Da quanto tempo non avevo più trovato il coraggio per dirtelo? -
 
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